Il senso di sè si costituisce con ciò che l’altro ci rispecchia

Il senso di Sé si sviluppa nei primi istanti di vita grazie al rapporto con l’altro.

L’immagine che ognuno ha di se stesso si basa sull’immagine che gli altri ci rimandano di noi.

Il primo contatto visivo che il neonato ha è con la madre.

Fino a quando il bambino non raggiunge un’indipendenza relazionale dalla madre (sempre che lei sia in grado di stimolarlo verso questa direzione) non sa riconoscersi come Altro dallo sguardo della madre.

Una madre che presta attenzione al contatto visivo con il figlio gli offre un’immagine di sè diversa da una madre che non riesce a contenere il bambino ed accoglierlo con i propri occhi.
E ancora diversa da una madre che non sta staccare gli occhi dal proprio figlio.

Il bambino che può guardare il volto della madre come si fa con uno specchio, riceve indietro dagli occhi di lei l’immagine di sé stesso.

Questa restituzione costituisce per il bambino, da un punto di vista psichico ed emotivo, il nucleo del suo sé, su cui svilupperà la sua personalità.

La ferita del non essere stati visti

Alcuni di noi possono aver fatto l’esperienza di non essere stati visti o di aver guardato senza aver visto.
Per esempio, una madre che mentre allatta il proprio figlio è impegnata nel dover fare altre cose, o è arrabbiata con il proprio partner o sta vivendo un momento di dolore per situazioni personali, potrebbe guardarlo con occhi assenti o vitrei o non guardarlo affatto, evitando così di contenere e restituire lo sguardo del figlio.

La ferita di non essere stati visti e accolti nei propri bisogni è intensamente dolorosa e pronta a sanguinare di nuovo e a condizionare il presente diventando ferita di coppia, ferita di donna, ferita di uomo, ferita di genitore.

Questo accade poiché una ferita non curata diventa parte di noi, di come ci sentiamo interiormente e di come ci presentiamo al mondo.
Scegliamo un partner, un lavoro, cresciamo figli, diamo significato a determinati comportamenti, poiché spinti dalle nostre aspettative e dal bisogno incessante di guarire la nostra ferita.

Nello specifico, chi è non è stato visto (accolto, rispettato, riconosciuto per l’essere unico che era) chiederà agli altri di far sparire la ferita vissuta e se questo non succederà come si vuole, la reazione sarà di rabbia o di sconforto e aumenterà la sfiducia verso l’altro.

Chi si sente invisibile tende a non fidarsi degli altri perché è in se stesso che non ha fiducia.

La mancanza di una buona stima di sé provoca vissuti personali dolorosi e anche quando il desiderio è quello di esserci veramente, spesso finisce con il perpetuare la propria vita nell’invisibilità, nascondendosi e ritraendosi non appena si sente odore di rifiuto.

Le conseguenze future possono essere tante, tra cui:

  • Incapacità di saper mettere sani confini tra sè e l’altro;
  • Dipendenze (cibo, sesso, sport, alcool, emotive) che cercano di colmare il senso di vuoto interiore;
  • Atteggiamenti evitanti e simbiotici nelle relazioni (presenza ad intermittenza, grande coinvolgimento iniziale seguito da fasi di distacco);
  • Capacità creativa atrofizzata;
  • Bassa autostima
  • Atteggiamento bisognoso alla ricerca di riavere qualcosa di sè dall’ambiente esterno;
  • Incapacità a riconoscere i propri bisogno e a chiedere aiuto.

 Domande di esplorazione e riflessione:

  • Cosa ti succede mentre guardi negli occhi un’altra persona?
  • Quanto rimani in contatto con te stesso senza perderti nella tua emotività o nella dimensione mentale?
  • Quanto sei concentrato sull’altro e su ciò che potrebbe pensare o vedere in te?
  • Come sono le tue relazioni con il partner?
  • Quanto ritieni di saperti assumere la responsabilità della tua vita e felicità?
  • Che aspettative hai nei confronti degli altri?
  • Come riesci a comunicare ciò che senti e desideri agli altri?

[Leggi l’articolo su come aumentare la propria autostima]

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