Partner evitante: è possibile costruire una relazione di coppia?

Stile evitante, una premessa importante

Quando parlo di stile evitante non è per incasellare le persone dentro a categorie.
L’essere umano è complesso e il modo in cui si muove nella relazione è la somma di una storia, di un corpo, di esperienze e di paure che non sempre hanno avuto spazio per essere viste.
Avere parole per nominare certi movimenti può aiutare a riflettere, a porsi domande e a comprendere ciò che accade nella relazione con sé stessi e con gli altri.
È in questo spirito che userò alcuni termini: per orientare e offrire linguaggio a ciò che non è semplice definire.


In questo articolo troverai i seguenti argomenti:


Quando l’adattamento diventa strategia

Da bambini abbiamo bisogno di accudimento, di relazione e di sopravvivenza e necessitiamo che la nostra figura di riferimento (che è quasi sempre la madre) si prenda cura dei nostri bisogni.
È una questione vitale: qualcuno deve prendersi cura di noi.

Se per qualsiasi motivo (una madre che lavora, una madre depressa, malata, con altri figli, attraversata da un lutto o semplicemente non disponibile emotivamente) non riceviamo ciò che chiediamo, il sistema nervoso impara velocemente che chiedere non serve. Allora smettiamo di farlo.
Il bambino sviluppa così una strategia preziosa: si regola da solo.
Impara a darsi ciò che non riceve, adattandosi all’ambiente che ha.

Mettere i bisogni da parte diventa un modo per evitare il vuoto e l’angoscia della non risposta e allo stesso tempo per non mettere a rischio la relazione con chi si ama di più.
Nel tempo, questo movimento si automatizza e lo portiamo nell’età adulta come modalità di sopravvivenza relazionale.
Si chiama adattamento.


Come nasce lo stile evitante

Lo stile evitante si forma quando la vicinanza emotiva non è stata un luogo semplice da abitare.
La teoria dell’attaccamento di Bowlby descrive ciò che accade nel legame precoce tra bambino e figura di riferimento.

Quando la madre non è disponibile

Quando la madre non è disponibile il bambino sperimenta il vuoto: non c’è contatto, non c’è specchio e non c’è una regolazione condivisa delle emozioni.
In questo vuoto il bambino impara a contenere da solo i propri stati interni perché non c’è nessuno che possa farlo con lui.
È qui che nasce l’autonomia precoce, la chiusura emotiva e l’evitamento della richiesta.

Quando la madre non è sintonizzata

Una madre può essere assente anche in modo più sottile, come quando non è in grado di sintonizzarsi con il bambino: non coglie i segnali, non rispecchia, non rispetta i tempi.

Per esempio una madre che:

  • dà il cibo quando non c’è fame
  • prende in braccio quando il bambino vuole esplorare o mentre sta dormendo
  • stimola quando il bambino vuole quiete
  • regola dall’esterno con scarsa finezza

In questo caso la relazione interrompe l’autoregolazione e anziché sostenere, invade.
È disorganizzante.

Il bambino riceve così due informazioni fondamentali:
→ la relazione non risponde quando serve
→ la relazione entra quando non serve e mi disorganizza.

Il ritiro nell’età adulta

Da adulto, questo schema può trasformarsi in ritiro.
La vicinanza richiede un costo interno troppo alto e si impara a prendere spazio per non essere disorganizzati dalla presenza dell’altro.
→ la vicinanza è disorganizzante
→ il contatto è impegnativo
→ la richiesta è pericolosa
→ il bisogno è rischioso
→ lo spazio è ossigeno

In sintesi

Lo stile evitante nasce qui: come modo di proteggere la relazione e allo stesso tempo proteggere sé stessi, spostando i bisogni sullo sfondo per poter restare senza sentirsi invasi.

Schema:

✔ la madre è assente → crea vuoto
✔ la madre non è sintonizzata → crea invasione
✔ il bambino → mette da parte i bisogni
✔ l’adulto → evita per non essere inghiottito o disorganizzato


Il movimento interno dell’evitamento

Per chi ha adottato uno stile relazionale evitante la vicinanza non è il problema: è l’intensità e la continuità della vicinanza a rappresentare una minaccia.
Quando l’altro si avvicina molto il sistema interno si attiva: aumenta la richiesta di presenza, aumentano le aspettative, aumenta il rischio di essere invasi.
Allora nasce il bisogno di spazio.
Un passo indietro per respirare, sentire i propri confini, ritrovare sé stessi.
Questo ritiro non è necessariamente una fuga dalla relazione ma un tentativo di non perdersi dentro di essa.


Come appare un partner evitante

Da fuori il ritiro relazionale può apparire come disinteresse, indifferenza o mancanza di coinvolgimento.
In realtà il sistema nervoso del partner evitante sta facendo un lavoro difficile: cerca di regolarsi.

Chi osserva dall’esterno può notare alcuni segnali tipici:

  • tempi più lenti nel definire la relazione
  • difficoltà nel condividere vissuti profondi
  • procastinazione nella progettualità di coppia
  • alternanza tra presenza e distanza
  • bisogno di spazio dopo momenti di grande intimità
  • evitamento delle responsabilità della crescita di coppia
  • tendenza a evitare conflitti e conversazioni emotive
  • pause nei messaggi o nella frequenza del contatto
  • differenza di comportamento tra amici e partner

Chi resta in attesa

Dall’altra parte c’è chi vive la relazione in modo più affettivo e diretto.
Per chi resta, il ritiro dell’altro può creare:

  • attesa
  • domande
  • confusione
  • ansia
  • attivazione mentale
  • sensazione di non essere scelti
  • auto-colpevolizzazione / sensi di colpa

Quando non c’è dialogo su questi movimenti la relazione si riempie di pensieri e ipotesi che spesso non hanno conferma reale e creano un sovraccarico emotivo e neuro-fisiologico.


La comunicazione apre uno spazio possibile

Quando due persone riconoscono questi movimenti reciproci, la comunicazione non serve per convincere o avere ragione, ma per tradurre ciò che accade dentro.

Quando chi si ritira può nominare il proprio movimento

Per chi tende al ritiro, può essere prezioso nominare il proprio movimento interiore prima di agire verso la disconnessione.
Dire per esempio: “inizio a sentirmi irrequieto, ho bisogno di spazio” non come chiusura, ma come informazione.
Spiegare che il ritiro non è un abbandono, ma un modo per ritrovare sé stessi, aiuta l’altro a non riempire il vuoto con domande o paure.

Quando chi resta può nominare il proprio bisogno

Per chi tende a restare e chiedere vicinanza, può essere prezioso nominare il proprio bisogno senza trasformarlo in richiesta di performance.
Dire: “quando ti allontani mi sento sola e vado in attesa” non accusa e non pretende, semplicemente racconta l’effetto.

Il ritmo condiviso come luogo di incontro

La relazione cambia quando i movimenti diventano visibili.
Quando l’uno può dire “mi serve respiro” e l’altro può dire “mi serve presenza” senza che nessuno venga percepito come sbagliato.
Non si tratta di riparare il ritiro o correggere la vicinanza, ma di creare un ritmo che non disorganizza nessuno dei due.

A volte serve rallentare, a volte serve spiegare, a volte serve dare un tempo e un ritorno (“ho bisogno di qualche ora e poi ti scrivo”), a volte serve solo non scappare e non inseguire.
È nel mezzo tra questi due movimenti che la coppia trova un punto di incontro più respirabile per entrambi.


A chi può essere utile questo sguardo

Queste parole non offrono diagnosi e non definiscono identità.
Desiderano portare orientamento.
La conoscenza dei propri movimenti — e di quelli dell’altro — permette di non sentirsi soli dentro dinamiche che molte persone vivono in silenzio, senza saperne tradurre il linguaggio.

Ciò che accade tra due persone può trasformarsi quando esiste la possibilità di nominarlo.
A volte servono parole nuove, a volte uno spazio dove portare ciò che si muove, a volte qualcuno che accompagni nel riconoscere ritmi, bisogni e limiti.

Nel mio lavoro accompagno persone e coppie che desiderano comprendere i propri movimenti nella relazione, dare voce a ciò che accade dentro e creare una presenza più stabile nel legame.

Se ti sei riconosciuto/a in questa dinamica, sappi che non sei solo e non sei sola.
Nel mio lavoro utilizzo strumenti somatici e relazionali per accompagnarti a portare chiarezza nei movimenti, riconoscere i tuoi bisogni, dare voce al tuo ritmo e sentirti più centrato/a nelle relazioni.

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