Perché il trauma causa reazioni sproporzionate?

Quando il trauma si riattiva non reagisci con l’età che hai oggi. Reagisci con l’età in cui quella ferita è nata.

Allora la tua reazione può sembrare sproporzionata agli occhi altrui, più grande rispetto a ciò che la situazione presente potrebbe causarti.
Il sistema nervoso riconosce qualcosa di antico e familiare e ti riporta a quel momento del passato.
E in quel momento perdi accesso alle risorse di oggi e entri in modalità di sopravvivenza: attacco, fuga o congelamento.


In questo articolo tratto i seguenti argomenti:


Ti dicono che le tue reazioni sono esagerate?

Cosa significa esagerare?

Esagerare significa andare oltre la misura della situazione che stai vivendo.
Quando qualcuno con cui ti stai relazionando ti dice che stai esagerando, possono esserci due possibilità.
La prima è che quella persona voglia scaricando la responsabilità di ciò che ha fatto o detto su di te, spostando l’attenzione da se stesso, alla tua reazione.
La seconda è che la tua reazione sia davvero più intensa o anche sproporzionata rispetto a ciò che sta accadendo.
In questo articolo tratto la seconda.

Se la tua reazione è più grande di ciò che stai oggettivamente vivendo nel presente, significa che la stai vivendo con una parte di te più piccola.

Per esempio, se incontro un cane molto piccolo che passeggia tranquillamente con il suo proprietario e io ho paura, è molto probabile che la mia paura risalga a quando avevo 4 anni e sono stata morsa da un cane.
E se oggi reagisco come quella bambina di 4 anni che ebbe paura, significa che qualcosa dentro di me è tornato lì.

Questo è parte di ciò che fa il trauma, riattiva l’età che avevamo quando abbiamo vissuto una determinata ferita e non ci consente di vivere la realtà nel pieno delle nostre risorse (e della nostra maturità).

[Che cos’è il trauma?]


trauma del passato

Perchè il sistema nervoso torna al passato?

Il sistema nervoso non distingue tra passato e presente.

Riconosce somiglianze.
Un tono di voce, uno sguardo, un silenzio, una distanza emotiva o un’incoerenza, possono richiamano un’esperienza già vissuta ed attivare in noi una risposta automatica.

Bessel van der Kolk descrive come il corpo mantenga memoria delle esperienze traumatiche e continui a reagire nel presente come se il pericolo fosse ancora attuale.

Stephen Porges ha mostrato come il sistema nervoso sia costantemente impegnato a rilevare segnali di sicurezza o minaccia, anche senza il coinvolgimento della parte razionale.
Questo significa che non reagiamo solo a ciò che accade ora, ma anche a un “prima” che il sistema nervoso riconosce come familiare.
Per questo il trauma può portare a reazioni sproporzionate anche quando la situazione attuale non lo richiederebbe.


Quando il passato si riattiva

Quando il passato si riattiva, noi possiamo sentirci piccoli, disorientati, spaventati, completamente bloccati.
Arrabbiati, confusi, fuori controllo, inadeguati.

Possiamo perdere contatto con quello che sappiamo, non trovare le parole.
Possiamo attaccare, scappare, chiuderci senza nemmeno rendercene conto.
O potremmo sentire la necessità di ricevere o dare spiegazioni, di cercare una soluzione per far cessare quella sensazione che stiamo provando e che proprio non vogliamo sentire.

Non lo stiamo scegliendo né liberamente né consapevolmente.
È una risposta del sistema nervoso che è entrato nel trauma.

reazioni sproporzionate

Lotta, fuga, congelamento

Quando il sistema nervoso percepisce pericolo, attiva automaticamente delle risposte di difesa.
Queste risposte, descritte nei modelli neurofisiologici del trauma, sono principalmente attacco, fuga e congelamento.
[Leggi l’articolo sulle risposte di difesa]

Peter Levine, fondatore della Somatic Experiencing®, (approfondimento su Somatic Experiencing®) sottolinea come queste risposte siano tentativi biologici di autoregolazione rimasti incompleti e quindi ancora attivi nel sistema.

In questi stati il corpo entra in modalità sopravvivenza attivando una certa quantità di energia per lottare o per fuggire.
Non deve capire. Deve proteggersi.
Se può, completa la risposta e poi torna alla calma.
Se invece non può farlo, l’energia rimane nel corpo.

Cosa accade quando una risposta di sopravvivenza non viene completata?

Quando non è possibile lottare nè fuggire, come negli eventi da shock (tutte le calamità naturali, gli incidenti stradale, le cadute, le ospedalizzazioni, alcune anestesie, le violenze e tutti gli episodi in cui sii vive qualcosa di inaspettato, troppo veloce, troppo intenso per età e risorse disponibili) il corpo può solo dissociarsi da ciò che sta vivendo.

Se la minaccia arriva da una persona importante, da una persona di cui non puoi fare a meno o dalla persona che ti dovrebbe proteggere (come un genitore), non puoi lottare né fuggire perchè non puoi permetterti di perdere la relazione.

Un bambino piccolo non può fare a meno di un padre o di una madre, il suo sistema di sopravvivenza non glielo consente.
E tra scegliere se stesso e scegliere la relazione, sceglierà sempre la relazione.

E allora quel bambino si congela, fa finta di niente o pensa di essere lui stesso la causa della minaccia, la colpa di ciò che stai vivendo.
Si adatta, rinuncia ai suoi bisogni per assecondare quelli altrui.
Perde i confini, si lasci invadere.
[approfondimento sui confini]
E poi dimentica, comprimendo dentro se stesso tanta rabbia che in futuro percerpirà come senso di colpa.


Il corpo non dimentica. E diventa teso, pesante. A volte ingombrante, a volte assente.
Ed è proprio nel corpo che rimane la memoria del trauma, l’energia compressa, il senso di colpa, la rabbia respressa, la paura dell’abbandono, la lotta o la fuga innescata.

Rimane la ferita aperta, che può riattivarsi anche molti anni dopo, quando qualcuno tocca lo stesso punto.
E la reazione è intensa.

Non per quello che accade nel presente.
Per tutto quello che è rimasto lì, compresso, nascosto, dal passato.


Come riconoscere quando si attiva una memoria traumatica

Ci sono segnali abbastanza chiari che indicano che non sei pienamente nel presente:

  • Ti senti più piccola/o o senza risorse.
  • Perdi chiarezza o lucidità o capacità di essere neutrale.
  • Ti senti confusa/o o disorientata/o.
  • Il corpo inizia a cambiare (battito cardiaco accelerato, mani sudate, caldo o freddo, tremore nel corpo, nausea, mal di stomaco, mal di testa…)
  • Ti senti bloccata/o, non sai che fare, non sai cosa dire
  • O senti urgenza di reagire.
  • Di spiegarti.
  • Di chiuderti.
  • Di allontanarti.

Un segnale costante è questo: ti senti diversa/o da come sei normalmente.
È lì che puoi riconoscere che non stai reagendo dal presente.


tornare al presente

Come tornare al presente, centrata/o nelle tue capacità?

Fermarti è il primo passaggio. Accorgerti di come ti senti, è il secondo.

Non agire subito è importante, perché ti permette di accogliere ciò che provi senza doverlo cambiare o risolvere.

Puoi iniziare con azioni semplici e concrete:

  • Orientarti nello spazio intorno a te
  • Appoggiare bene i piedi a terra
  • Sentire il contatto con il pavimento o con la sedia
  • Portare attenzione al respiro senza modificarlo
  • Farti una carezza sul viso
  • Guardarti negli occhi allo specchio
  • Abbracciarti

E poi aspettare qualche secondo prima di reagire.
Questo passaggio può sembrare piccolo, ma è decisivo. Interrompe l’automatismo e crea uno spazio tra ciò che senti e ciò che fai.

Accogliere ciò che stai sentendo non significa rimuovere, risolvere o evitare.

Significa restare in contatto con l’esperienza senza allontanarti da te.
Quando non reagisci subito, succede qualcosa di importante, piano piano torni al presente, alla tua età attuale, alle risorse che oggi hai.
Inizi a distinguere ciò che appartiene al presente da ciò che si è riattivato dal passato.
Questo non cancella la ferita, ma cambia il modo in cui la attraversi.

Nel lavoro sul trauma e sulle risorse non si tratta di controllarsi di più.

Si tratta di aiutare il sistema nervoso a riconoscere che adesso è qui, che oggi è diverso da allora, e che esistono nuove possibilità di risposta.
È da qui che, nel tempo, iniziano a emergere modalità diverse, meno automatiche e più aderenti alla realtà del presente.


Queste parole non offrono diagnosi e non definiscono identità.

Se senti che tutto questo ti riguarda, nel suo insieme o anche solo in qualche punto, è un punto importante da cui partire.
Nel lavoro neurofisiologico sul trauma e sulle risorse è possibile imparare a stare con ciò che si attiva senza esserne travolti e sviluppare risposte diverse da quelle automatiche.
Se vuoi approfondire o essere accompagnata in questo processo, puoi scrivermi.

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