Dissociazione: una risposta del corpo al trauma

Quando il corpo ti mette in pausa per proteggerti

La dissociazione è una risposta automatica del sistema nervoso che riduce il contatto con le sensazioni corporee, le emozioni, i pensieri o ciò che accade intorno a noi.
È una strategia di protezione che si attiva quando un’esperienza viene percepita come troppo intensa, minacciosa o difficile da sostenere.

In questo articolo spiego che cos’è la dissociazione, come riconoscerla, perché può diventare una modalità abituale di funzionamento e come tornare gradualmente al presente con approcci come il Somatic Experiencing® e il Metodo T.R.E.®.


Tratto i seguenti argomenti:


Cos’è la dissociazione

La dissociazione, come meccanismo di difesa, si attiva quando il sistema nervoso valuta che l’intensità di ciò che stai vivendo supera la tua capacità di gestirla in quel momento.
Lo fa per evitare di sentirsi sopraffatti.

Peter Levine, fondatore del Somatic Experiencing®, descrive la dissociazione come una risposta biologica che entra in gioco quando non è possibile né lottare né fuggire. (leggi l’articolo sulle risposte di difesa).

Stephen Porges, con la sua Teoria Polivagale, aggiunge che il ramo più antico del nervo vago può indurre uno stato di spegnimento in risposta a minacce da cui non si può scappare né combattere.
Il sistema nervoso riduce il livello di coinvolgimento nell’esperienza. Ci si può sentire assenti, distaccati, confusi o poco connessi a ciò che accade dentro e fuori di sé.


Vivere con il pilota automatico

Durante uno stato dissociativo si può continuare a svolgere la vita quotidiana apparentemente senza difficoltà. Si preparano i pasti, si accompagnano i figli a scuola, si risponde ai messaggi e alle mail, si partecipa a riunioni. Ma tutto avviene con una presenza ridotta, come se una parte di noi fosse altrove.
A volte si ha la sensazione di agire in automatico, altre volte di essere spettatori della propria vita.

Può diventare più difficile percepire le sensazioni del corpo o riconoscere con chiarezza ciò che si sta provando.
In alcune situazioni questo meccanismo è utile. Può durare pochi istanti e aiutare il sistema nervoso ad attraversare un’esperienza particolarmente intensa o stressante.

La difficoltà nasce quando questo stato diventa abituale. Se trascorri gran parte delle giornate poco connessa o poco connesso alla tua esperienza interna, diventa più difficile accorgerti di ciò che senti, di ciò che desideri e di ciò che non è in sintonia con te.

I segnali del corpo, come fame, stanchezza o dolore, possono passare in secondo piano.
Anche le emozioni diventano meno accessibili. Con il tempo si crea una distanza crescente da sé stessi: la vita continua, ma la sensazione di esserci davvero si affievolisce.


Dissociazione e stress cronico: quando il carico diventa insostenibile

Quando si parla di dissociazione si pensa spesso a eventi eccezionali: incidenti, aggressioni, catastrofi.
In realtà anche lo stress cronico può favorire la comparsa di stati dissociativi.

Accudire figli piccoli senza tregua. Gestire un partner emotivamente imprevedibile. Badare a genitori anziani. Tenere in piedi una casa e un lavoro.
Tutto insieme, giorno dopo giorno, senza spazi né pause.

Il sistema nervoso non reagisce soltanto agli eventi improvvisi e traumatici.

Anche un sovraccarico prolungato nel tempo può diventare eccessivo.
E non tiene conto nemmeno di ciò che è giusto per noi o sbagliato: non ha un senso morale.
Risponde a stimoli.
Non si chiede se dovresti essere stanco, se hai il diritto di sentirti sopraffatto o se altri stanno peggio.
Registra semplicemente il livello di carico che sta sostenendo.
Quando quel carico supera le risorse disponibili in quel momento, può attivare strategie di protezione come la dissociazione.

In altre parole, non è necessario aver vissuto un grande trauma perché compaiano sintomi dissociativi.
A volte è la somma di tante richieste quotidiane, protratte nel tempo e senza sufficienti momenti di recupero, a portare il sistema nervoso oltre la propria capacità di regolazione.
In queste condizioni, la dissociazione può diventare un modo per continuare ad andare avanti quando il carico percepito è troppo elevato.

Trauma dello sviluppo e dissociazione nelle relazioni precoci

La dissociazione non nasce sempre e soltanto da un singolo evento traumatico.
A volte si sviluppa gradualmente durante l’infanzia, all’interno di relazioni in cui il bambino non si sente sufficientemente visto, accolto o al sicuro.

In questi casi si parla spesso di trauma dello sviluppo o trauma relazionale precoce.
Non necessariamente perché sia accaduto qualcosa di grave o eclatante, ma perché il sistema nervoso è stato esposto per lungo tempo a situazioni vissute come fonte di paura, imprevedibilità o mancanza di sintonizzazione.

Esempi di contesti in cui questo può accadere:

  • una madre depressa che non riesce a rispondere al pianto del neonato
  • un genitore che ignora sistematicamente i bisogni emotivi del bambino
  • un ambiente familiare in cui il bambino deve “fare il bravo” per non scatenare reazioni imprevedibili
  • una trascuratezza sottile ma costante: nessuno che chiede “come stai?”, che ascolta davvero, che si accorge della tristezza o della paura
  • un genitore talmente preso dai propri problemi (lavoro, salute, conflitti di coppia) da non avere energie sufficienti per sintonizzarsi sul figlio

Un bambino non può scappare dai genitori e non può farne a meno.
Il legame con le figure di accudimento è una necessità biologica.
Quando esprimere un bisogno, una paura, una protesta o un’emozione rischia di compromettere quel legame, il bambino tende ad adattarsi.
Può imparare a mettere in secondo piano ciò che sente per mantenere la vicinanza e l’approvazione di cui ha bisogno.
Alcuni bisogni vengono ignorati. Alcune emozioni vengono trattenute. Alcune parti di sé vengono sacrificate nel tentativo di mantenere la relazione.

Queste strategie sono adattamenti intelligenti. Aiutano il bambino a preservare la relazione da cui dipende la sua sopravvivenza.

Con il tempo, ciò che è stato messo da parte può diventare sempre meno accessibile alla consapevolezza. La persona impara a riconoscere ciò che gli altri si aspettano da lei, ma fatica a riconoscere ciò che sente, ciò che desidera e ciò che è autenticamente suo.

Il problema è che queste modalità spesso continuano ad agire anche in età adulta.
Così può diventare difficile riconoscere ciò che si prova, accorgersi dei propri limiti, dire no, chiedere aiuto o percepire con chiarezza ciò che si desidera.
Quando lo stress aumenta, invece di reagire, si tende ad adattarsi, trattenere o scollegarsi dalla propria esperienza interna.
Sono modalità che un tempo hanno protetto ma che oggi possono limitare il contatto con sé stessi e con i propri bisogni.


Cos’è la disregolazione emotiva

La disregolazione emotiva è la difficoltà a gestire l’intensità e la durata delle proprie emozioni.
Chi vive questa condizione può passare rapidamente da uno stato di intorpidimento emotivo (non sento nulla) a uno stato di forte attivazione emotiva (rabbia, pianto, panico).

Le emozioni possono essere così intense da sembrare arrivare dal nulla, anche quando il sistema nervoso sta in realtà rispondendo a qualcosa che ha percepito come minaccioso o travolgente.
Può diventare difficile restare in contatto con le emozioni senza esserne travolti o senza allontanarsene del tutto.

Secondo la psichiatra Judith Herman, nelle persone che hanno vissuto esperienze traumatiche ripetute, soprattutto nelle relazioni precoci, la dissociazione può diventare una modalità abituale di adattamento. Non più una risposta occasionale a una situazione difficile, ma un modo stabile di relazionarsi a sé stessi, alle emozioni e al mondo.


Alcuni segnali che indicano che ti stai disconnettendo

Riconoscere la dissociazione non è semplice, perché quando avviene, proprio la capacità di osservarti si riduce. Tuttavia, puoi imparare a cogliere alcuni segnali che riguardano il tuo corpo, le tue emozioni e la tua percezione.

Segnali corporei:

  • sensazione di distacco dalla presenza del corpo, come se fossi “fuori” o “sopra” di te;
  • riduzione della percezione del dolore, della fame o della stanchezza;
  • il mondo sembra ovattato, lontano, come se ci fosse un vetro tra te e la vita;
  • le tue mani o altre parti del tuo corpo ti sembrano estranei, non tuoi.

Segnali emotivi:

  • le emozioni sono spente o le vedi “da lontano”, come se fossero di un’altra persona;
  • proietti il tuo stato d’animo (che non senti) sugli altri;
  • in momenti di stress, hai la sensazione di guardarti da fuori, come un osservatore esterno;
  • fai fatica a sentire o riconoscere le emozioni con chiarezza o intensità, sia le tue che quelle altrui.

Esempi comportamentali (ciò che fai senza rendertene conto):

  • mangi senza connessione allo stimolo dello stomaco e della fame;
  • parli con qualcuno e subito dopo fai fatica a ricordare cosa hai detto;
  • guidi e ti accorgi di non aver visto alcuni tratti del percorso;
  • leggi un libro e devi tornare indietro più volte sulla stessa pagina;
  • ti accorgi che sono passate ore e non sapresti dire cosa hai fatto;
  • non ti dai il tempo di riposare.

Di fatto accade che non ti senti più del tutto te stessa/o.
C’è una sorta di distanza tra te e la tua esperienza, come se stessi vivendo la vita attraverso un filtro.


Come tornare al presente

Il ritorno alla presenza nel corpo va fatto con un ascolto gentile, un passo alla volta, senza forzature.
Se provi a “sentire tutto” in una volta, il sistema nervoso può reagire aumentando la dissociazione invece di ridurla. Per questo l’approccio più utile è quello dei piccoli passi.

Peter Levine parla di pendolazione: il movimento delicato tra il contatto con una sensazione neutra o piacevole e l’esplorazione di una sensazione più attivante, tornando indietro appena senti tensione.

In pratica:

  1. Porta l’attenzione a un’ancora sicura nel presente – i piedi a terra, la sedia sotto di te, la temperatura dell’aria.
  2. Restaci qualche secondo – il tempo di sentire che sei qui.
  3. Se arriva una sensazione spiacevole – sposta l’attenzione su un’altra ancora (il respiro, un suono, lo sfondo della stanza).
  4. Ripeti per brevi momenti – ogni volta il sistema nervoso impara che il presente è tollerabile.

Anche piccoli gesti possono aiutare:

  • bagnarti i polsi con acqua fresca
  • sfiorarti il viso con una mano
  • guardarti intorno e nominare mentalmente tre oggetti che vedi
  • bere un sorso d’acqua lentamente, sentendo temperatura e consistenza

Anche pochi secondi di presenza contano.
Il corpo impara per esperienza diretta: “questo momento è qui, e posso restarci.”


Somatic Experiencing® e T.R.E.®: due approcci per riconnettersi

Esistono metodi specifici per lavorare con la dissociazione senza forzare il sistema nervoso.

Somatic Experiencing si basa sull’osservazione graduale delle sensazioni corporee.
Non chiede di entrare nel dolore, ma di partire da ciò che è neutro o stabile, imparando a riconoscere quando il sistema nervoso è regolato e quando invece si sta attivando o disattivando.
L’obiettivo è permettere al corpo di completare risposte di difesa rimaste interrotte.

T.R.E. (Tension & Trauma Releasing Exercises) lavora attraverso un meccanismo naturale di scarico: un tremore involontario che il corpo utilizza per rilasciare tensione profonda.
Può essere utile per chi ha difficoltà ad accedere alle sensazioni, perché non richiede uno sforzo di controllo consapevole: il corpo inizia a muoversi in modo spontaneo.

Entrambi gli approcci condividono un principio fondamentale: non si va più veloci di quanto il corpo possa integrare. Il rispetto dei tempi del sistema nervoso è la base del lavoro.


Quando chiedere aiuto

Se la dissociazione è lieve e legata a periodi di stress, può essere utile iniziare con semplici pratiche di auto-regolazione.

Quando invece diventa frequente, quando senti di essere spesso scollegato da ciò che provi o vivi, quando emergono vuoti di memoria o la sensazione di “non esserci”, può essere il momento di non restare da soli in questo processo.

Un percorso con un professionista formato nel lavoro somatico sul trauma, come Somatic Experiencing o T.R.E. (Tension & Trauma Releasing Exercises), può offrire uno spazio in cui il sistema nervoso viene accompagnato a ritrovare gradualmente più sicurezza, presenza e capacità di regolazione.

Non si tratta di forzare il contatto con le emozioni o con il corpo, ma di costruire le condizioni perché quel contatto possa tornare possibile, nel tempo.


Approfondisci questi temi

Se questo articolo ti ha interessata/o, puoi leggere anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *